La mamma ed il papà di Giulio sono molto preoccupati per ciò che sta accadendo al figlio:
“E’ da parecchio ormai che fa così”…”Beh, intendiamoci, non è mai stato un mangione, e poi ha tutti i suoi riti, le sue abitudini, rispetto alle quali non cede di un millimetro!”
Da qualche settimana Giulio ha smesso di mangiare, o meglio mangia solo pietanze di consistenza liquida o semiliquida… e la cioccolata!

In letteratura la condotta di Alimentazione Selettiva (come definita dal DSM V) nei bambini piccoli può essere ricondotta a diversi fattori scatenanti, tuttavia ritengo che in molti casi si debba prendere in considerazione la relazione tra l’insorgenza della problematica ed un evento traumatico (o più eventi traumatici) legati all’alimentazione esperiti dal bambino.

Dall’anamnesi con i genitori emerge questo:
Durante le vacanze natalizie, durante un pasto in familglia, Giulio aveva accidentalmente ingoiato un boccone di pasta non masticato, che gli si era fermato per pochissimo tempo in gola.

Provate ad immaginare il vissuto del bambino, ma non solo… anche quello degli adulti intorno a lui in quel momento: come reagireste se vostro figlio o vostra figlia, o vostro nipote si trovasse in questa situazione? Credo che, per quanto bravi a “trattenere” le emozioni di paura, spavento, angoscia, nessuno potrebbe evitare di trasmettere per lo meno preoccupazione, che va ad amplificare il “sentire” del bambino.

Ecco. Fermiamoci qua sulle ipotesi rispetto a cosa può essere avvenuto prima. E’ forse più interessante che racconti come ho proceduto con Giulio e qual è stato l’epilogo.

In studio ho diversi giochi che utilizzo con i bambini )ma anche con gli adolescenti e gli adulti!) soprattutto durante il primo approccio e l’accoglienza.

Quando all’appuntamento seguente la mamma accompagna Giulio, io ho pronta una richiesta per lui:
“Giulio, la mamma mi ha raccontato che sei molto bravo a mettere in ordine in giocattoli… ti va di aiutarmi a sistemare QUESTI?”

immagine a scopo dimostrativo (i miei contenitori in studio non sono MAAAAI così ordinati (quindi la mia richiesta a Giulio era credibile!)

E mentre tiriamo fuori zucchine, formaggi, pancetta, fette di torta dal contenitore, Giulio inizia a raccontarmi di sé, a RACCONTARSI. Mi parla dei suoi gusti, di ciò che gli piaceva prima:
“Io le uova le mangio… no, le mangiavo, anche la mela… PRIMA però”
“Eh sì, Sono davvero buone le uova. Ma spiegami bene… prima di cosa?”
“Sai… una volta a casa dei nonni stavo mangiando la pappa e c’era una cosa dura, che mi ha fatto male, alla gola… allora io non volevo andare in cielo dal nonno!
Sai che mio nonno è andato in cielo?”

Ho visto Giulio un’altra volta, ricordo che quel giorno mi ha portato un giocattolo per mostrarmelo e raccontarmi tutto su dove lo aveva comprato, sul fatto che era uno di una serie pressoché illimitata tutta da collezionare (!) e ricordo che la mamma era molto fiduciosa ed ottimista rispetto alla capacità mostrata dal figlio di riaccostarsi al cibo senza timori… cosa che è realmente avvenuta.

Lavorare sul trauma si può (e si deve) con differenti modalità: a mio avviso il Metodo EMDR (di cui scriverò più avanti) rimane il metodo di elezione ma la mia esperienza con i bambini mi ha mostrato e continua a mettermi sotto gli occhi (a volte meravigliati) la potenza del GIOCO IN TERAPIA. Il gioco , che non alleggerisce o sminuisce nulla, bensì crea la breccia per accedere a vissuti dolorosi ed elaborarli.

Il gioco […] costituisce un momento di distensione, uno spazio per tirare il fiato, un modo per mettere tra parentesi per un tempo ben circoscritto la serietà della vita con tutti i suoi problemi, uno spazio di illusione che permette paradossalmente di tornare poi nella realtà con una capacità maggiore di affrontarla nella sua complessità.

G. Vittigni, Docente universitaria e Psicologa
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